Esodo.

Un termine biblico per definire l’abbandono da parte di decine di migliaia di istriani, fiumani e dalmati delle terre in cui vivevano radicati da secoli e che il Trattato di Pace del 10 febbraio 1947 assegnò alla Jugoslavia del dittatore comunista Tito.

Le violenze subite, l’insostenibilità della vita sotto la dittatura jugoslava, l’obbligo di parlare una lingua slava, i divieti di carattere religioso e la nazionalizzazione dei beni costrinsero circa 300mila persone, fra cui la quasi totalità del gruppo nazionale italiano, ad abbandonare le terre di origine per venire in Italia o emigrare all’estero, dal 1943 a fine anni ‘50.

Considerati “fascisti” dai comunisti e più volte boicottati, gli esuli furono aiutati dal governo a reinserirsi nella società italiana: tuttavia la legislazione talvolta contraddittoria, la lentezza della burocrazia e la difficoltà di trovare lavoro costrinsero molti a soluzioni precarie o a restare nei campi profughi in qualche caso fino agli anni ‘70.

L’esodo da Zara.

Il capoluogo della Dalmazia, il caposaldo dell’italianità dalmata che nelle altre città della regione si è ridotta al lumicino. Una fuga che comincia con mezzi di fortuna già durante la Seconda guerra mondiale, quando la città viene devastata dai bombardamenti anglo-americani.

A Zara l’esodo ebbe inizio nell’autunno del 1943. La spinta alla partenza fu causata dai 54 bombardamenti dell’aviazione alleata che tra il 2 novembre 1943 e il 31 ottobre 1944 scaricarono sulla città 584 tonnellate di bombe, determinando la distruzione dell’85% delle abitazioni e la morte di circa 2.000 persone (capoluogo italiano con la percentuale maggiore di abitanti morti sotto i bombardamenti). A ciò si aggiunse l’occupazione jugoslava nel novembre 1944 che instaurò un clima di terrore e indusse ulteriormente gli zaratini ad abbandonare la città.

L’esodo da Fiume.

Un urbicidio, una città snaturata e privata della sua classe dirigente, dei suoi intellettuali e della maggioranza della sua popolazione. Non si poteva restare a sopportare le vessazioni della dittatura di Tito ed il nuovo regime nazionalcomunista.

A Fiume, occupata dall’esercito jugoslavo il 3 maggio 1945, l’esodo cominciò nel 1946. Qui l’operato brutale e sistematico della polizia segreta di Tito (eliminati anche autonomisti ed antifascisti contrari all’annessione) e le difficili condizioni di vita spinsero molti italiani a lasciare la città, rafforzati nella loro convinzione anche dalla progressiva certezza dell’annessione alla Jugoslavia. L’abbandono forzato da parte della componente nazionale maggioritaria configurò un vero e proprio urbicidio.

L’esodo dall’Istria.

Dapprima singoli episodi di civili in fuga dal clima di terrore che andava consolidandosi, poi l’esercizio dell’opzione per la cittadinanza italiana come strumento per esodare previsto dal Trattato di Pace, infine l’abbandono della Zona B del Territorio Libero di Trieste.

Cominciò prima della firma del Trattato di Pace sia per paura di nuove violenze, come a Vergarolla (attentato del 18 agosto 1946), sia per l’ostilità dimostrata dal regime comunista nei confronti degli italiani che non si allineavano al partito. La firma del Trattato portò all’esodo massiccio della popolazione di Pola; nel resto dell’Istria il picco delle opzioni per l’Italia si ebbe nel 1948. Dopo la firma del Memorandum di Londra del 1954 esodarono gli abitanti della Zona B del Territorio Libero di Trieste, che rimase sotto l’amministrazione di Belgrado mentre Trieste tornava italiana. L’esodo continuò anche dopo, ma in misura minore.

L’esodo da Pola.

Il capoluogo dell’Istria subì l’attentato di Vergarolla (18 agosto 1946) con oltre un centinaio di vittime, un trauma che portò quasi tutta la popolazione della città ad imbarcarsi sulla nave Toscana per raggiungere l’Italia quando fu ufficializzata l’annessione alla Jugoslavia.

L’esperienza di Pola fu particolare perché alla fine della guerra la città venne affidata al Governo Militare Angloamericano e sino al Trattato di pace costituì un’enclave circondata da territori jugoslavi. L’esodo non fu pertanto la scelta di singoli gruppi familiari, ma una decisione maturata attraverso il confronto collettivo e organizzata sia dalle autorità alleate, sia dal locale Comitato di Liberazione Nazionale. A partire dal 7 febbraio 1947 la motonave “Toscana” trasportò verso Venezia e Ancona quasi 30mila profughi con le loro masserizie, il 90% degli italiani residenti in città: l’ultimo viaggio partì il 20 marzo.

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