La tormentata storia del confine orientale dal 27 a.C. ai nostri giorni.
L’alto Adriatico nel corso dei secoli: dalle province romane all’arrivo delle popolazioni slave, dalla dominazione della Serenissima Repubblica di Venezia agli sconvolgimenti dell’epoca napoleonica, dalle guerre d’indipendenza agli opposti nazionalismi che sfociano nella Prima guerra mondiale.
Costruzione dell’arena di Pola.
Nella partizione augustea dell’Italia in regiones, la X fu denominata Venetia et Histria.
Tiberio costituì la provincia della Dalmatia.
Il 25 marzo tradizione vuole che si stata fondata Venezia.
Tramonto dell’Impero romano d’Occidente.
Regno romano barbarico degli ostrogoti: capitale Ravenna, ne fecero parte l’Istria e la Dalmazia. Massimo sviluppo durante il regno di Teodorico (471-526).
Conquista bizantina della provincia dell’Istria (Venezia e Istria) e inizio del periodo bizantino.
L’esarcato di Ravenna fu conquistato dai longobardi. L’Istria passò sotto il controllo dei longobardi mentre le Venetiae, la Dalmazia e la Pentapoli rimasero bizantine.
Inizio del periodo carolingio. L’Istria passò sotto il controllo dei franchi.
Durante tutto il secolo si assistette all’affermazione delle sclavinie, unità territoriali slave federate con l’impero bizantino, lungo l’Adriatico orientale e all’interno della Dalmazia.
Con la pace di Aquisgrana si accordarono le sfere di competenza tra l’impero di Carlo Magno e l’impero bizantino nell’Adriatico. L’Istria venne confermata a Carlo Magno (restando così nel Sacro romano impero dall’800 alla sua fine nel 1806); le Venetiae e le città della Dalmazia a Bisanzio.
Placito di Risano. Trieste e l’Istria si appellarono all’imperatore Carlo Magno contro il duca Giovanni, rappresentante delle istituzioni franche, chiedendo la piena osservanza dei loro diritti municipali e delle loro consuetudini nei confronti della popolazione slava. La diffusione delle comunità slave proseguì nell’interno dell’Istria.
La Dalmazia restò un tema bizantino, ridotto a una striscia di terra, città e isole.
Morte di Carlo Magno. Il ducato istriano rimase nell’ambito della Marca del Friuli.
Trattato di Verdun. La contea dell’Istria continuò a far parte della Marca orientale, la Marca di Aquileia, del Regnum Italicum.
Patto tra Venezia e Capodistria.
L’Istria, sempre in connessione col Friuli ed intesa come parte del regno italico, divenne dominio dei duchi di Carinzia.
Spedizione adriatica, in Istria e Dalmazia, intrapresa dal doge Pietro Orseolo II, su commissione di Bisanzio.
L’Istria diventò contea di frontiera, Mark-Grafschaft, ovvero Margraviato, sempre nell’ambito del Sacro romano impero.
Il Margraviato dell’Istria passò di mano tra diverse grandi famiglie nobili tedesche: Eppenstein, Sponheim, Andechs.
La prima città in cui si ebbe evidenza di una struttura amministrativa di carattere comunale fu Capodistria.
A Pirano vennero menzionati in un documento un podestà e dei consoli.
Confermata la presenza di un podestà a Pola.
A ottobre la flotta crociata partì da Venezia alla volta di Zara. Assedio e conquista della città nel mese di novembre.
Inizio del primo dominio veneziano su Zara.
L’Istria passò come possesso al Patriarcato di Aquileia. Iniziò la fase del dominio aquileiese. 1209-1421 I conti di Gorizia si imposero nell’Istria interna.
Avvenne la dedizione di Parenzo al Comune Veneciarum.
La dedizione di Parenzo segnò l’inizio della sovranità diretta di Venezia in Istria.
Dedizione di Montona a Venezia.
Dedizione di Pirano e Rovigno a Venezia.
Nominata per la prima volta Fiume: Terra Fluminis Sancti Viti.
Dedizione di Pola a Venezia.
Pace di Zara: Venezia dovette cedere tutti i domini dalmati in favore dell’Ungheria del re Luigi d’Angiò.
Dominio ungherese sulla Dalmazia.
Gli Asburgo diventarono signori della contea di Pisino e di altri domini dell’Istria interna.
Iniziò il lungo dominio degli Asburgo nell’Istria centrale.
Il comune di Trieste accettò la sovranità di Leopoldo III d’Asburgo.
1382-1918 Ebbe inizio il lungo dominio degli Asburgo a Trieste.
Ripresa della Dalmazia da parte di Venezia.
L’Istria venne spartita tra Venezia e gli Asburgo; tramontò la sovranità aquileiese.
Dualismo veneto-austriaco in Istria.
Fiume passò agli Asburgo.
Gorizia passò agli Asburgo.
Guerra tra l’imperatore Massimiliano e la Repubblica di Venezia.
Venezia incentivò la colonizzazione delle campagne abbandonate dell’Istria con profughi slavi della Dalmazia.
A Capodistria ebbe sede il magistrato, massima autorità in quella che adesso si chiamava Provincia veneta dell’Istria. L’Istria veneta rientrava sia nello Stato da Mar veneziano sia nella Terraferma veneta.
Guerra veneto-asburgica di Gradisca o degli Uscocchi.
Epidemia di peste bubbonica.
Seconda fase della colonizzazione slava in Istria.
Attive in Istria e Dalmazia le accademie di cultura. Si pubblicava a Venezia e a Trieste.
Trieste e Fiume ricevettero (per concessione dell’imperatore Carlo VI) lo status di porto franco.
Il 12 maggio segnò la fine della repubblica aristocratica di Venezia. Le municipalità democratiche di tipo parigino durarono in laguna fino al mese di ottobre, mentre in Istria e in Dalmazia pochi giorni.
L’Istria veneta, nel mese di giugno, e la Dalmazia veneta, in agosto, furono occupate dalle truppe austriache. Iniziò il primo dominio austriaco.
Con la pace di Campoformio, siglata tra Napoleone e gli Asburgo il 17 ottobre, cessò definitivamente di esistere la Repubblica di Venezia, che passò sotto dominio austriaco.
Nacque l’Impero d’Austria, che riuniva tutti i domini degli Asburgo: 1804-1867.
Dopo la battaglia di Austerlitz, nell’ambito della pace di Presburgo (oggi Bratislava) del 26 dicembre, l’Istria veneta, Venezia, la terraferma veneta e la Dalmazia furono attribuite (dal gennaio 1806), a Napoleone, imperatore dei francesi.
L’Istria veneta e la Dalmazia veneta nel mese di marzo vennero ufficialmente aggregate al Regno d’Italia con lo status di dipartimento. Iniziò il periodo francese.
Si costituirono le Province Illiriche, appartenenti all’Impero francese e composte da vari territori dell’alto Adriatico, tra cui l’Istria e la Dalmazia.
Fine del dominio francese. Con la pace di Parigi furono restituiti all’Impero d’Austria i territori persi nel 1805 e nel 1809.
Congresso di Vienna Il principio del legittimismo tendente a ristabilire la situazione politica anteriore ai sommovimenti napoleonici non venne rispettato nel caso della ex Repubblica di Venezia, che rimase all’interno dell’Impero asburgico nell’ambito del Regno Lombardo-Veneto, ad eccezione dell’Istria e della Dalmazia che vennero separate dal punto di vista amministrativo dall’antica Dominante.
Costituzione, nell’ambito dell’Impero d’Austria, del regno dell’Illiria, tra la Carinzia e l’Adriatico, incluse Trieste, Gorizia e l’Istria. Costituzione del regno di Dalmazia.
Volontari istriani e dalmati raggiunsero Venezia per difendere la neonata Repubblica di San Marco, nel cui governo sedeva tra gli altri il dalmata Nicolò Tommaseo. Nelle successive guerre risorgimentali il volontariato proveniente dall’Adriatico orientale si indirizzò sia verso l’esercito regolare del Regno di Sardegna sia verso i ranghi garibaldini.
L’armistizio di Villafranca interruppe l’avanzata franco-piemontese nel Veneto, l’Austria cedette la Lombardia alla Francia che la retrocedette al Regno del Piemonte. Patrioti istriani chiesero invano che l’Istria fosse di nuovo unita amministrativamente a Venezia.
La nascita del Regno d’Italia il 17 marzo fornì un punto di riferimento ancora più importante per gli italiani dell’Adriatico orientale che seguivano con interesse il processo di unificazione nazionale. Nella Dieta istriana riunita a Parenzo pochi giorni dopo per eleggere i propri rappresentanti al Parlamento di Vienna, i rappresentanti della classe dirigente italiana scrissero sulle schede elettorali Nessuno, volendo così dimostrare di non sentirsi rappresentati dalle istituzioni imperiali. Seguendo tale esempio, anche nelle diete di Fiume e della Dalmazia la classe dirigente italiana si espresse così.
Dopo gli esiti poco entusiasmanti della III Guerra d’Indipendenza (annessione del Veneto – 1866) ed in seguito alla presa di Roma (20 settembre 1870), nelle file dei reduci garibaldini, dei mazziniani, della Sinistra storica e tra gli italiani ancora sudditi dell’Impero austro-ungarico, si sviluppò l’irredentismo, che auspicava l’annessione al Regno d’Italia del Litorale Austriaco, chiamato Venezia Giulia. L’Italia stipulò nel 1882 con Germania e Austria-Ungheria la Triplice Alleanza, interrompendo il percorso risorgimentale per dedicarsi alle colonie in Africa. Nello stesso anno il mazziniano triestino Guglielmo Oberdan venne impiccato per aver organizzato un attentato all’imperatore Francesco Giuseppe.
Fascismo, comunismo e nazismo si incrociano coi nazionalismi durante la Seconda guerra mondiale. Le stragi delle foibe e di Vergarolla, i bombardamenti di Zara e l’esodo giuliano-dalmata. La complessa definizione del nuovo confine.
Allo scoppio della Grande Guerra gli italiani dell’Adriatico orientale vennero mobilitati nell’imperialregio esercito sul fronte russo o nella marina da guerra dell’Austria-Ungheria: i più ferventi irredentisti esfiltrarono in Italia e si arruolarono volontari nel Regio Esercito. L’Italia firmò il Patto di Londra, denunciò la Triplice Alleanza ed entrò nel conflitto il 24 maggio 1915. Gli istriani Nazario Sauro e Fabio Filzi vennero impiccati dagli austriaci dopo essere stati fatti prigionieri. Dopo 12 battaglie sull’Isonzo, la sconfitta di Caporetto e la resistenza sul Piave, l’esercito italiano sconfisse definitivamente quello asburgico a Vittorio Veneto.
Dopo la vittoria sull’Austria-Ungheria (4 novembre 1918), la definizione del nuovo confine orientale italiano si complicò per la nascita del Regno dei Serbi Croati e Sloveni (S.H.S.), specialmente riguardo Fiume, non prevista dal Patto di Londra, ma il cui Consiglio Nazionale Italiano il 30 ottobre 1918, appellandosi al principio di autodeterminazione dei popoli, aveva proclamato l’annessione al Regno d’Italia. Gabriele d’Annunzio con alcune centinaia di volontari e militari ribelli occupò la città il 12 settembre 1919 e vi instaurò la Reggenza Italiana del Carnaro, cui dette come costituzione la Carta del Carnaro.
Roma e Belgrado addivennero ad un accordo con il Trattato di Rapallo del 12 novembre 1920. La displuviale delle Alpi Giulie venne individuata come confine italo-jugoslavo, l’enclave di Zara risultò l’unica città della Dalmazia annessa all’Italia, Fiume fu eretta a Stato Libero. Circa 20.000 italiani abbandonarono la Dalmazia annessa al Regno di S.H.S., mentre alcune centinaia di migliaia di sloveni e croati vennero incorporati dall’Italia, diventando oggetto di politiche di snazionalizzazione e assimilazione da parte dell’Italia liberale e in maniera più radicale e violenta dopo l’instaurazione del regime fascista.
Nel Natale di Sangue 1920 le truppe italiane posero fine all’impresa di d’Annunzio e consentirono la nascita dello Stato Libero Fiumano. Dopo che un colpo di mano fascista rovesciò l’autonomista Riccardo Zanella già nel marzo 1922, Roma e Belgrado si spartirono a tavolino il piccolo territorio con il Trattato di Roma del 27 gennaio 1924: Fiume venne annessa all’Italia, il confine lungo il fiume Eneo assegnò al Regno slavo la località di Sušak.
13 luglio 1920 Traendo occasione dall’uccisione di due marinai italiani a Spalato per opera di nazionalisti croati, a Trieste gli squadristi incendiarono il Narodni dom, sede delle associazioni slave: fu l’esordio del fascismo di frontiera, che rapidamente si espanse in tutta la Venezia Giulia.
6 settembre 1930 Vennero fucilati al poligono militare di Basovizza 4 militanti del TIGR, movimento nazionalista e separatista slavo, condannati per aver compiuto attentati terroristici come reazione alle politiche slavofobe del regime fascista (divieto dell’uso delle lingue slave, chiusura delle scuole con lingua d’insegnamento slovena o croata e di enti e associazioni della minoranza). Altri 5 furono fucilati il 15 dicembre 1941.
Il 18 settembre 1938 a Trieste, durante un viaggio nelle terre del confine orientale in concomitanza con il ventennale della vittoria nella Grande Guerra, Benito Mussolini annunciò le leggi razziali, che ebbero un impatto durissimo sulla fiorente comunità ebraica del capoluogo giuliano, una delle principali d’Italia, che aveva peraltro sposato la causa italiana in periodo risorgimentale vedendo nello Statuto Albertino maggiori libertà rispetto a quanto previsto dalla “cattolicissima” Austria.
Nella seconda metà degli anni Trenta l’Italia si cimentò nella guerra d’Etiopia, fiancheggiò i franchisti nella Guerra civile spagnola e infine nell’aprile 1939 occupò l’Albania, andando così a complicare il buon vicinato con il Regno di Jugoslavia. Il primo settembre successivo rimase tuttavia neutrale di fronte all’invasione nazista della Polonia, entrando in guerra a fianco della Germania contro Francia e Inghilterra il 10 giugno 1940. Il 28 ottobre seguente l’Italia invase la Grecia, che resistette e lanciò una controffensiva. Solamente l’intervento tedesco a fianco dell’Italia risolse la situazione nella primavera 1941.
Nell’aprile 1941 un colpo di stato rovesciò il governo jugoslavo che aveva aderito al Patto Tripartito, l’alleanza italo-tedesca-giapponese per un nuovo ordine mondiale. A quel punto Germania, Italia, Ungheria, Bulgaria e Romania attaccarono e distrussero la Jugoslavia. Dalla conseguente spartizione l’Italia ottenne la provincia di Lubiana, le province di Spalato e Cattaro (che costituirono con Zara il Governatorato della Dalmazia) e l’entroterra di Fiume: territori abitati quasi esclusivamente da slavi. Nacque lo Stato Indipendente Croato degli ultranazionalisti Ustaša che contestarono all’Italia il possesso della Dalmazia.
Si creò un movimento di liberazione presto egemonizzato dai comunisti guidati da Josip Broz “Tito”. La resistenza si intrecciò ad una guerra civile tra nazionalisti croati e serbi ed alla lotta rivoluzionaria per la costruzione di un regime comunista, cui si opposero forze locali anticomuniste. Le truppe italiane protessero gli ebrei e la popolazione serba dalle violenze dei nazionalisti croati, mentre nelle zone in cui operavano i partigiani applicarono una durissima repressione secondo le disposizioni impartite dai generali Roatta, che emanò la famigerata Circolare 3C, e Robotti, il quale fece circondare Lubiana col filo spinato e chiosava “si ammazza troppo poco”. Vennero coinvolti i civili, anche con fucilazioni di ostaggi, villaggi incendiati e deportazioni di massa in campi di concentramento come quelli di Gonars e di Arbe, ove la mortalità era altissima.
La sera dell’8 settembre 1943 la notizia che l’Italia aveva accettato la resa incondizionata firmando l’armistizio con gli Alleati portò al tracollo politico, militare ed istituzionale dello Stato italiano, particolarmente drammatico nelle province del confine orientale. I tedeschi occuparono inizialmente solo i centri principali e ciò consentì al movimento partigiano jugoslavo di assumere il controllo di buona parte della regione. Le nuove autorità proclamarono l’annessione del territorio alla Jugoslavia ed in Istria avviarono contro la classe dirigente italiana una feroce repressione, conosciuta come “le foibe istriane”.
Nell’ottobre 1943 i tedeschi assunsero il controllo di tutta l’Italia nord-orientale e vi costituirono la Zona di Operazioni Litorale Adriatico, di fatto sottratta al controllo della Repubblica Sociale Italiana. I nazisti vi applicarono logiche repressive tipiche del fronte orientale: così, alle rappresaglie ed alle stragi, accompagnarono la costruzione del Campo di detenzione di polizia della Risiera di San Sabba, punto di transito nell’arcipelago concentrazionario per gli ebrei destinati allo sterminio e luogo di eliminazione di massa di alcune migliaia di prigionieri politici i cui corpi vennero poi bruciati in un forno crematorio.
Rinforzatosi con le armi abbandonate dalle divisioni italiane allo sbando, l’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia, anche grazie all’avanzata sovietica nei Balcani, liberò Belgrado e incalzò i tedeschi ed i loro collaborazionisti verso nord. Nel novembre 1944 fu occupata Zara, su cui nei mesi precedenti si erano rovesciati pesanti bombardamenti anglo-americani che avevano distrutto il centro storico e ucciso il 10% della popolazione: il capoluogo dalmata risultò la città italiana con più vittime civili. Entrò in azione l’OZNA, la polizia segreta che, con liste di proscrizione e delatori locali, eliminò i rappresentanti più autorevoli della comunità italiana.
Nella Venezia Giulia e nel Friuli orientale operavano sia la resistenza italiana, guidata dai Comitati di Liberazione Nazionale, sia il Fronte di liberazione jugoslavo a guida comunista. La collaborazione alternò momenti positivi, in nome della comune lotta contro il nazifascismo, a vivaci contrasti riguardo i futuri confini e l’esito rivoluzionario o meno della resistenza. Nell’autunno del 1944 i comunisti italiani aderirono alla linea jugoslava: a Trieste uscirono dal CLN mentre nel Friuli orientale un gruppo di gappisti (unità speciali comuniste) eliminò nel febbraio 1945 alle malghe di Porzûs i vertici di una brigata Osoppo, a maggioranza democristiana, contraria alle pretese jugoslave.
Il 25 aprile 1945 è la data dell’insurrezione generale del CLN Alta Italia, ma nella Venezia Giulia questa potè scattare appena il 30 aprile. Dal momento che non risultò possibile un accordo fra il CLN e Unità Operaia, l’organizzazione comunista italo-slovena, scoppiarono due insurrezioni parallele e concorrenziali, caso unico in Europa. Gli insorti salvarono il porto di Trieste ed i tedeschi si rifugiarono in alcuni capisaldi in attesa di arrendersi ad un esercito regolare: importante opera di mediazione del Vescovo di Trieste e Capodistria Antonio Santin, defensor civitatis.
La IV armata jugoslava da est e l’VIII armata britannica da ovest fecero a gara per arrivare per prime a Trieste e a Gorizia, per porle stabilmente sotto il loro controllo: gli uni nell’ottica di una futura annessione, gli altri per controllare il porto e le linee di comunicazione. Arrivarono prima gli jugoslavi, l’1 maggio, ma l’indomani giunse pure una divisione neozelandese che accolse la resa dei tedeschi a Trieste. Ne conseguì una sovrapposizione non concordata di zone di occupazione che generò la prima crisi internazionale del dopoguerra.
Dal primo maggio al 12 giugno in tutta la Venezia Giulia, dagli jugoslavi considerata territorio già annesso e liberato, vennero creati i “poteri popolari”. Fu lanciata una vasta campagna di propaganda pro Jugoslavia mentre quella per l’Italia era vietata (repressa a fucilate con morti e feriti una manifestazione patriottica a Trieste il 5 maggio). Partì anche un’ampia azione repressiva coordinata dalla polizia politica OZNA, che voleva sia chiudere i conti con il fascismo che eliminare qualsiasi possibile contropotere italiano. Le vittime furono migliaia.
Dopo duri negoziati fra anglo-americani e jugoslavi, grazie anche alla mediazione di Stalin, il 9 giugno vennero siglati gli accordi di Belgrado nell’attesa della Conferenza di Pace. La Venezia Giulia venne divisa in due zone di occupazione seguendo la Linea Morgan (dal nome dell’ufficiale britannico che tracciò la linea di demarcazione): Zona A, con Trieste, Gorizia le linee di comunicazione verso l’Austria e l’exclave di Pola, sotto amministrazione militare anglo-americana (GMA); zona B, tutto il resto della regione fino a Fiume, sotto amministrazione militare jugoslava (VUJA).
Nella Zona B anche dopo la fine delle stragi della primavera/estate 1945 le autorità jugoslave gestirono il potere con il pugno di ferro nei confronti degli italiani (eliminazione del CLN istriano, martirio di Don Bonifacio). A Pola, controllata dagli anglo-americani, prevalevano i dimostranti pro Italia, ma il 18 agosto 1946 un attentato terroristico sulla spiaggia di Vergarolla uccise almeno cento persone. Gli italiani attribuirono la strage agli jugoslavi e la considerarono un avvertimento per quel che sarebbe successo nel caso in cui la città fosse passata alla Jugoslavia: all’annuncio del Trattato di Pace che assegnò Pola alla Jugoslavia, esodarono tutti.
La Conferenza di Pace assegnò alla Jugoslavia le province di Zara, Fiume e Pola e buona parte di quelle di Gorizia e Trieste. Gorizia rimase in Italia anche se attraversata dal confine, mentre si previde di costituire un Territorio Libero di Trieste sotto l’egida dell’ONU. Il Governatore di quest’ultimo non venne però individuato a causa delle contrapposizioni internazionali della Guerra Fredda, sicché la striscia costiera tra i fiumi Timavo e Quieto rimase ancora per anni divisa in una Zona A (il capoluogo giuliano) sotto governo militare alleato ed una Zona B (Istria nord-occidentale) sotto governo militare jugoslavo.
Sottoposti ad innumerevoli vessazioni da parte delle autorità jugoslave, gli italiani dell’Istria in parte fuggirono clandestinamente per salvare la vita, ma nella grande maggioranza si avvalsero della possibilità, concessa dal Trattato di Pace, di optare per la cittadinanza italiana e quindi trasferirsi in Italia legalmente. In questo modo in pochi anni quasi tutta la componente italiana abbandonò la penisola ed anche aliquote di sloveni e croati contrari al regime di Tito se ne andarono. Oltre 100 Centri Raccolta Profughi allestiti frettolosamente in tutta Italia cercarono di gestire questa emergenza umanitaria.
La sorte del Territorio Libero di Trieste rimase impregiudicata per anni, avendo la Dichiarazione Tripartita del 20 marzo 1948 (tutto il TLT all’Italia) solamente finalità propagandistiche da parte occidentale. Nell’estate 1953 Tito sembrò minacciare un colpo di mano su Trieste e l’esercito italiano venne mobilitato, gli anglo-americani cercarono di imporre una soluzione, ma ciò servì solo a rendere drammatica la crisi. Truppe italiane e jugoslave restarono ammassate ai confini, mentre a Trieste violente manifestazioni italiane contro il GMA vennero disperse con il fuoco delle armi, provocando 6 morti fra i dimostranti.
Dopo frenetici negoziati venne sottoscritto il 5 ottobre 1954 da USA, Gran Bretagna, Italia e Jugoslavia il Memorandum di Londra che entrò in vigore il 26 del mese. Vennero sciolti GMA e VUJA, l’Italia estese la sua amministrazione alla zona A, la Jugoslavia trasformò da militare a civile l’amministrazione della zona B ed ottenne anche alcune località della fascia confinaria che le consentivano di dominare il golfo di Trieste. Fu una soluzione di fatto definitiva, ma formalmente provvisoria, per farla meglio accettare alle opinioni pubbliche dei due Paesi confinanti.
Il 26 ottobre 1954 entrò in vigore il Memorandum di Londra e quindi a Trieste tornarono i bersaglieri, accolti da una moltitudine di cittadini in festa: è l’ultima pagina del Risorgimento italiano. Il Presidente della Repubblica Luigi Einaudi celebrò il 4 novembre, anniversario della vittoria nella Prima guerra mondiale a Trieste.
Invece dalla zona B gli italiani se andarono, perché non riuscivano più a sopportare le vessazioni del regime comunista jugoslavo. Complessivamente furono circa 70.000 i giuliano-dalmati che si fermarono a Trieste, “capitale morale dell’Esodo”.
Una nuova cornice europea: il Trattato di Osimo definisce il confine orientale. L’implosione della Jugoslavia porta all’indipendenza di Slovenia e Croazia che instaurano progressivamente rapporti di buon vicinato con l’Italia. Il Giorno del Ricordo per commemorare le foibe e l’esodo.
Nel corso degli anni ’60 e ’70 Italia e Jugoslavia avviarono una crescente collaborazione transfrontaliera, che offrì respiro alle aree di confine tagliate in due dalla barriera disegnata dal Trattato di Pace. La città di Gorizia era stata addirittura attraversata dal confine e la sua periferia orientale, assegnata alla Jugoslavia, si espanse fino a diventare Nova Gorica, la città di fondazione del regime di Tito. Quello fra l’Italia liberal-democratica e capitalista e la Jugoslavia diventò “il confine più aperto d’Europa” fra Paesi aventi sistemi politici ed economici diversi.
A vent’anni dal Memorandum, i governi di Roma e Belgrado decisero di chiudere anche formalmente la questione del confine. Ad accelerare i tempi concorsero le preoccupazioni, condivise dagli altri governi occidentali, per la stabilità della Jugoslavia nel momento in cui Tito sarebbe morto. Come previsto, la rinuncia dell’Italia alla sovranità sulla ex Zona B del Territorio Libero di Trieste non suscitò reazioni nell’opinione pubblica, salvo che nel capoluogo giuliano, mentre provocò le vibrate proteste degli esuli istriani, che videro svanire ogni residua speranza di poter tornare nella loro terra.
La caduta del muro di Berlino e la fine del comunismo in Europa orientale provocarono nella cultura e nella politica italiana nuovo interesse per la storia della frontiera orientale. Ministri e Presidenti della Repubblica resero omaggio alla Foiba di Basovizza. Il governo di Roma concordò con quelli di Lubiana e Zagabria la formazione di due commissioni bilaterali storico-culturali per far luce sulle vicende più tragiche del Novecento. Il Partito Comunista Italiano, che aveva sulla coscienza l’allineamento con le posizioni jugoslave durante la guerra, con la svolta della Bolognina diventò Parto Democratico della Sinistra e avviò una riflessione pure su questi argomenti.
L’imprevisto collasso del comunismo internazionale e della stessa Unione Sovietica, con la conseguente fine della Guerra Fredda, fecero venir meno il puntello internazionale alla stabilità della Jugoslavia che la spregiudicata politica estera di Tito (morto nel 1980) aveva fatto oscillare tra i due blocchi. Il Paese si disintegrò, Slovenia e Croazia raggiunsero l’indipendenza ed iniziarono un percorso di avvicinamento alle istituzioni comunitarie europee ed all’Alleanza Atlantica. Il Governo Berlusconi nel 1994 cercò invano di ridiscutere il Trattato di Osimo con Slovenia e Croazia in quanto Stati successori della Jugoslavia.
Un Parlamento pressoché unanime approvò la Legge 92/2004 istitutiva la ricorrenza civile del Giorno del Ricordo, con lo scopo di valorizzare lo studio e la memoria delle vicende del confine orientale. Grazie alla legge, nelle scuole, nelle università e nella società le istituzioni sollecitano, ogni 10 febbraio, anniversario del Trattato di Pace firmato a Parigi nel 1947, le modalità più adatte affinché questa pagina oscurata per decenni diventi un momento di riflessione comune a tutta la Nazione.
I Presidenti delle Repubbliche d’Italia, Slovenia e Croazia s’incontrarono a Trieste il 13 luglio 2010 e compirono solenni gesti di riconciliazione in alcuni dei luoghi simbolo dei conflitti novecenteschi.
L’anno seguente all’arena di Pola i Presidenti italiano e croato rilasciarono una dichiarazione in cui riconoscevano le reciproche responsabilità nelle tragedie del secolo precedente.
Il 13 luglio 2020 i Presidenti delle Repubbliche d’Italia e Slovenia decisero di far compiere un salto di qualità ai percorsi di riconciliazione. Per questo resero congiuntamente omaggio alla Foiba di Basovizza ed al monumento ai fucilati del 1930, sempre a Basovizza.
Nell’allargamento dell’Unione Europea a est la Slovenia possedeva la base economica adeguata per affrontare le riforme richieste, per cui venne accolta nelle istituzioni comunitarie già il primo maggio 2004. Entrata nell’UE il primo luglio 2013, la Croazia ha poi impiegato un decennio per rispettare i parametri necessari per aderire all’area di libero scambio di Schengen ed all’Euro. Quando questo è finalmente avvenuto (1 gennaio 2023), sono di fatto scomparsi i confini lungo la costa dell’Adriatico orientale. Oggi si può viaggiare liberamente da Trieste, città simbolo di un secolo di opposti nazionalismi ed ideologie, a Ragusa di Dalmazia passando per Capodistria e Fiume.