Centri Raccolta Profughi.
Oltre 100 in tutta Italia, isole comprese, dentro ex caserme e collegi, fabbriche dismesse o baraccopoli. A Roma la comunità di esuli adriatici si stabilì soprattutto nel villaggio operaio che aveva accolto le maestranze che costruirono il quartiere EUR.
Gli oltre 100 Centri Raccolta Profughi, sparsi in tutta Italia, utilizzarono strutture dismesse riadattate per l’emergenza.
Campi per prigionieri di guerra (Fossoli in Emilia ove poi sorse il Villaggio San Marco, Servigliano nelle Marche o Altamura in Puglia), caserme rimaste inutilizzate (“Passalacqua” di Tortona, “Botti” di La Spezia e “La Masa” di Termini Imerese), colonie agricole in abbandono (Fertilia presso Alghero), magazzini e baraccopoli (Padriciano vicino Trieste). Denominatori comuni di tutti i campi furono il sovraffollamento, la promiscuità e la precarietà delle condizioni igieniche.
Dall’Adriatico a Roma.
Gli scantinati della stazione Termini e la stazione Prenestina fornirono alloggio provvisorio, così come gli Studi di Cinecittà diventarono un campo profughi ove gli ampi spazi dei teatri costituirono immensi dormitori, mal riscaldati e privi di intimità.
Vita quotidiana nei campi profughi.
Nei Centri Raccolta Profughi interi nuclei familiari vivevano in pochi metri quadrati separati gli uni dagli altri da coperte, lenzuola o, nei casi migliori, da pannelli di legno. La diffusa promiscuità costringeva i profughi a vivere in una condizione di incertezza, scandita dal manifestarsi di forti disagi, sia per gli ambienti malsani e le precarie condizioni igieniche, sia per la mancanza quasi totale di spazi personali e intimi a causa della condivisione forzata di quelli abitativi, ma anche per l’isolamento dal contesto circostante.
Nel mondo.
Lo squallore dei Campi Profughi. Una sistemazione misera, priva di privacy e di decoro, in cui a migliaia furono costretti a soggiornare anche per tanti anni. Diffidenza ed incomprensione circondarono spesso questi alloggi precari, inducendo tanti ad emigrare da un’Italia in miseria.
Emigrare dopo l’esilio.
I CRP diventavano un mondo a parte, completamente estraneo al resto della città o del paese che li ospitava, dove la vita quotidiana dei profughi, spesso accolti con diffidenza dalla popolazione del luogo, era scandita da ritmi, tempi e regole propri. Sofferenze, sacrifici e speranze deluse spinsero alcune migliaia di profughi a lasciare l’Italia per un ulteriore esilio negli Stati Uniti, in Canada, in Argentina, in Australia o in Sudafrica, sfruttando anche i canali dell’Organizzazione Internazionale per i Rifugiati.